Via Svevo diventi via Fakir. A una settimana dalla morte di Abderrahim, il Pilastro è tornato a chiedere giustizia. Oltre duemila persone hanno partecipato a una marcia in memoria del quarantaduenne marocchino deceduto durante un fermo di polizia. Il corteo si è aperto con un minuto di silenzio e ha poi chiesto l’intitolazione a lui della strada dove è avvenuta la tragedia. Tutti in ginocchio, col pugno alzato, mimando il gesto che accompagnò la morte negli Stati Uniti di George Floyd, l’afroamericano ucciso durante un intervento di polizia in circostanze secondo i manifestanti simili a quelle di Fakir. La protesta si è svolta senza incidenti, monitorata a distanza da agenti della Digos e dai carabinieri. Alcuni giovani del quartiere hanno esposto striscioni e cartelli contro la polizia e contro quella che definiscono la militarizzazione del territorio. Sul fronte delle indagini, oggi il pool di consulenti ha iniziato ad analizzare i risultati dell’autopsia eseguita venerdì. Nelle ultime ore è emerso anche un nuovo fotogramma estratto dalla bodycam di uno dei due agenti coinvolti nel fermo, che immortala la presenza di una chiazza di sangue dietro la testa di Fakir, steso sull’asfalto. Secondo il legale dei poliziotti, Gabriele Bordoni, quell’immagine è dovuta al fatto che l’uomo avrebbe sfregato il capo contro il terreno durante la colluttazione. Una ricostruzione contestata dall’avvocato della famiglia, Fabio Anselmo, che continua a sostenere la necessità di chiarire l’origine delle lesioni e del sangue rilevato nei polmoni dell’uomo.
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